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Curiosità Le autovetture vengono importate più che altro dal Giappone. Invece tuk-tuk, moto, motorini, bus e camion arrivano dall’India o dalla Cina. In autostrada ho visto alcuni addetti spazzare la corsia di emergenza con una scopa di saggina. Il Telepass, lemetropolitane e i parcheggi sotterranei non esistono. I treni sono affollati e privi di aria condizionata. Le autostrade sono rare e in genere poco trafficate. La benzina costa un euro al litro. E un euro corrisponde a circa 300 rupie. Incrociamo un’auto che procede in un altro senso di marcia e accende i fari a intermittenza. “Perché lo fa, vuole segnalarci che c’è una volante della polizia appostata dietro l’angolo?”, chiedo al mio autista. “Si”, mi risponde. Ecco…“tutto il mondo è paese”. I poliziotti, anziché elevare una contravvenzione, preferiscono estorcere un po’ di contanti all’automobilista indisciplinato. La percentuale di onestà fra le forze dell’ordine sembra si attesti attorno al 3%. Quanto a corruzione, probabilmente la classe politica non è da meno. La popolazione locale è pulita, mite, allegra, garbata, rispettosa, disponibile, servizievole. E, in ambito turistico, quasi tutti parlano inglese. Sebbene in molti mal sopportino l’imperialismo americano. Puoi lasciare tranquillamente borse e sacche in auto. Nessuno le ruberebbe. Quando ho spiegato a“Su”che in Italia è il contrario, ne è rimasto stupito. Entriamo in un supermercato per comprare una ventina di bottigliette d’acqua frizzante. Un commesso del negozio ce le carica nel baule. Da queste parti è di prassi la cortesia. Mi assicurano che nelle città e nei villaggi viene effettuata una regolare raccolta rifiuti. In giro in effetti non c’è tanta sporcizia. Comunque una situazione incomparabilmente migliore rispetto all’India. Nessun problema intestinale causato da acqua infetta et similia. Tranne che per alcune toilette impresentabili, vige un buon livello di igiene. In nessun bagno d’albergo è montato il bidet. Lo scopino per il water non è contemplato. In tutti gli armadi d’albergo è appeso un ombrello. Purtroppo anche in Sri Lanka, la notte, è impossibile ottenere il buio pesto in camera. Mille spie accese: TV, WiFi, aria condizionata, rilevatori anti- fumo, pannelli di controllo dell’impianto elettrico… Niente scuri, persiane o tapparelle. Solo tende, perdipiù chiare, dalle quali filtra la luce. Una detestabile moda globale, che attenta al sonno profondo. Nonostante le temperature elevate e l’umidità costante, in Sri Lanka preparano i letti come se fossero a Saint Moritz, con il piumone. Retaggio della dominazione inglese? Tranne che a Galle, rarissimi i ristoranti. Di solito i turisti mangiano in albergo. Dove di norma il conto è piuttosto salato. Il mio autista mi spiega che le mance più sostanziose le elargiscono gli americani. Quanto agli europei, primi in classifica gli inglesi, seguono francesi e spagnoli. Di recente, i più taccagni risultano essere gli italiani che, in passato, si dimostravano viceversa generosissimi. I meno signorili in assoluto sono gli indiani, i cinesi e i giapponesi, che non ne lasciano proprio. Assisto al processo di produzione del tè. Accurato e complicatissimo. In Sri Lanka se ne coltivano differenti qualità: nero, verde, argento e oro. Molti lo sorbiscono amaro, ma intanto sbocconcellano barrette di caramello solidificato, ottenuto dalla cottura del treacle. L’addetta che mi illustra i vari macchinari afferma che il loro forno non è né elettrico né a gas. E con orgogliomi mostra cataste di legna da ardere. Un diversomodo, insomma, di intendere l’ecologia. In Sri Lanka le ragazze buddiste o induiste lavorano di solito come contadine, operaie, commesse, cameriere, segretarie, si sposano intorno ai 20-22 anni, generalmente partoriscono due figli, possono decidere con chi maritarsi, anche se la propria famiglia esprime parere contrario. Se però commettono adulterio, il marito subito chiede il divorzio. Le islamiche viceversa convolano a nozze intorno ai 18 anni, fanno almeno cinque o sei figli a testa, non hanno facoltà di scegliersi lo sposo e di rado lavorano fuori casa. Sebbene la popolazione sia in prevalenza scura, o scurissima, su tutti i cartelloni pubblicitari compaiono esclusivamente volti dalla pelle chiara. Non esistono attori o modelli, fra i neri. Le donne di colore fanno carte false per tentare di sbiancarsi la pelle, con creme, pillole e intrugli vari. Talvolta rovinandosi la salute. InSri Lankami è capitatodi vedereelefanti chebrucavano l’erba sul ciglio della strada, pavoni passeggiare sui tetti, mucche al guinzaglio, un simposio di corvi attorno a una noce di cocco, ranocchi che saltellavanodavanti a una porta chiusa, un topo scorrazzare nellamia stanzad’albergo, scimmie che aggredivano turisti, scoiattoli in chiesa. A dispetto del clima umidissimo, di rado svolazzano insetti. Se lavate la biancheria, occorrono giorni prima che si asciughi. La Repubblica democratica socialista dello Sri Lanka – territorio sinoal 1972denominatoCeylon–è separatadalla costa sudorientale dell’India attraverso lo Stretto di Pali. Per la collocazione geografica e la sua forma a goccia, l’isola è detta Lacrima dell’India. Si estende su una superficie di oltre 65 mila chilometri quadrati. Conta più di 21milioni di abitanti. Il cingalese, di ascendenza indoiranica, fu importato dall’India settentrionale nel V secolo a.C. e in seguito ibridato da influenze dravidiche indigene. È parlato dal 75% della popolazione. Ha un suono dolce emusicale, somiglia a un canto. Le lettere sono 56 e presentano forma curvilinea, forse perché anticamente venivano vergate su foglie di palma essiccate. L’alfabeto è composto da un insieme principale di grafemi, il śuddha sinhala, che raccoglie i fonemi nativi, e da un corpus minore, denominato miśra sinhala, che permette di scrivere in sanscrito e in lingua pali. Il singalese letterario, ancora in uso, si fissò nel XIII secolo, con la Sidatsangarava, la grammatica classica. Specifici simboli rappresentavano i numerali, caduti in disuso all’inizio del XIX secolo, in concomitanza con l’introduzione dei numeri arabi. Nel Paese, soprattutto a nord, si parla anche tamil. Questa civiltà ha saputo resistere alla barbarie che proviene da Occidente, è riuscita a preservare quasi ovunque – a eccezione del quartiere Peta a Colombo – la preziosa dimensione del silenzio. Non come in Europa, dove una musica tribale e assordante, diffusa ovunque, ci spacca i timpani. E l’anima. La favola persiana I tre principi di Serendip, pubblicata per la prima volta a Venezia nel 1557, racconta che i tre giovani protagonisti facevano, in maniera del tutto casuale, continue piacevoli scoperte. Serendip è uno degli antichi nomi dello Sri Lanka. La serendipità ha in effetti accompagnato tutto il mio viaggio. Come quasi sempre accade quando si cammina lungo i sentieri della vita, e il nastro del futuro, e del pensiero, si dipana nella medesima direzione in cui muoviamo i nostri passi. SRI LANKA 110 R ESORTS M AGAZINE

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